Si sa, nel calcio e nello sport in generale, gli allenatori vestono i panni del capro espiatorio per eccellenza. Il loro sacrificio viene effettuato non solo quando effettivamente un club ha sbagliato la scelta in panchina ma anche per dare una scossa all’ambiente o quando i giocatori non si rispondono più in campo come dovrebbero. Il cambio tecnico rappresenta l’unica alternativa in un momento di crisi, impossibilitati nella maggior parte dei casi, a un mercato totalmente rivoluzionario. Allo stesso modo troppo spesso però, si tende a guardare solo un particolare del quadro generale che appare molto più complesso. Partendo da questo assunto, viene da sé capire perché chiedere da parte dei tifosi a gran voce la testa di Allegri non è al momento per il Napoli la mossa giusta.

I problemi del Napoli vengono da molto prima di Allegri

Da quando Massimiliano Allegri siede sulla panchina del Napoli non ha avuto vita assolutamente facile. Ha infatti ereditato una squadra già spenta nella mente, fisicamente a terra, in un  mercato-non mercato che non ha rivoluzionato i ruoli nevralgici, palesando numerose defezioni. L’infortunio, lungo, di Buongiorno ha complicato ancora di più le cose, non potendo completare l’attacco e dovendosi adattare a una soluzione low cost con Badiashile che non convinceva nessuno dei protagonisti.

Il vero acquisto futuribile è stato Favasuli, così come gli ottimi riscatti super esosi di Hojlund e Alisson Santos ma che da soli non bastano per una rosa ancora più competitiva. E no, non bastava essere lo scheletro di quella che due anni fa ha vinto lo scudetto. “Non accompagno il morto”, dichiarò Antonio Conte la scorsa stagione dopo un Bologna-Napoli ha film horror e sembra si sia tornati proprio a quel momento, con gli stessi protagonisti…tranne in panchina.

A rendere tutto ancora più complesso, gli infortuni, altra problematica che il Napoli si porta dal passato. Con una rosa già qualitativamente non troppo lunga, falcidiata dalle assenze e con la necessità di fare turn over per non compromettere i titolarissimi. Certo, Allegri non è scevro da colpe. Avrebbe potuto alzare la voce sin dai ritiri e ridefinire alcune priorità, così come farsi sentire nello spogliatoio dove vige qualche malumore di troppo tra palloni che non arrivano, compagni ritenuti non troppo all’altezza, beghe interne e rinnovi ancora in forse. Avrebbe potuto trovare più in fretta la quadra giusta, con la difesa a tre che sta migliorando alcune dinamiche di gioco ma quando si regala un tempo intero agli avversari come fatto a Venezia, difficile riuscire a portare punti a casa.

La soluzione quindi qual è per far sì che il Napoli possa vincere in Champions e tornare ad essere continuo in campionato? Sicuramente lavorare sulla mente, sulle motivazioni e ritrovarsi. La qualità c’è ma il progetto comune deve essere più forte di ogni interesse personale e solo remando tutti nella stessa direzione si può tornare a correre. Già da domani perché il Bodo/Glimt è un avversario tutt’altro che semplice o scontato. E per quanto i tifosi chiedono la testa di Allegri, è proprio lui che ha ben chiara la situazione così come palesato anche oggi in conferenza stampa e così come successo l’anno scorso con Conte, può essere l’unico, con la sua esperienza di gestore di rose, a trovare la chiave di lettura perfetta per non rendere questa stagione un vero flop.